marco ghianda
14 Sep
14Sep

Arrivare a Longyearbyen

L’Artico comincia prima ancora di mettere piede sul ghiaccio.
Arriviamo a Longyearbyen, nelle isole Svalbard, e la prima cosa che ci colpisce è la sensazione di essere entrati in un luogo dove le regole sono diverse.
Non ci sono soltanto montagne, neve e ghiacciai.
Ci sono cartelli che ricordano una presenza molto concreta: l’orso polare.
Fuori dall’area abitata non ci si può muovere con leggerezza. Il territorio appartiene prima di tutto alla natura e, qui, l’uomo è un ospite.
Per spostarsi lontano dall’abitato è necessario essere preparati anche all’eventualità di un incontro con un orso. Noi, naturalmente, non avevamo intenzione di affrontare nessun animale e non eravamo armati.
Ma avevamo un problema.
Dovevamo arrivare fino ai ghiacciai.
Il nostro obiettivo era andare là dove il ghiaccio si trasforma, si rompe, scorre verso il mare. Volevo registrare i suoni dell’Artico e cercare di trasformare quelle vibrazioni in una forma di comunicazione sonora: ascoltare ciò che sta cambiando, invece di limitarci a guardarlo.
Come in ogni lavoro sul campo, però, esiste una componente di rischio.
E così, con una buona dose di ironia e di incoscienza controllata, ci costruimmo un fucile di legno.
Un fucile finto.
Lo portavamo con noi durante gli spostamenti, non per paura dell'orso ma per paura dell'uomo. Così, vedendoci da lontano, i ranger avrebbero pensato "quelli hanno un fucile!" e ci avrebbero lasciato stare.
Era più il timore di dover spiegare quella situazione a un essere umano che quello di incontrare davvero un orso.
Con tutto il rispetto, naturalmente, per l’orso polare.
E così siamo partiti.

Lasciato alle spalle l’abitato di Longyearbyen, davanti a noi è comparso il paesaggio che eravamo venuti a cercare.
Il ghiaccio.
Il silenzio.
I ghiacciai.
E la sensazione, difficile da spiegare, di trovarsi davanti a qualcosa che non è immobile come sembra.
Perché il ghiaccio parla.
Scricchiola, si muove, si spezza, scorre.
E noi eravamo lì per ascoltare e registrare le sue parole

Verso il Ghiacciaio

Il primo avvicinamento
Le ultime tracce dell’uomo scomparvero e davanti a noi rimase soltanto una distesa immensa di roccia, neve e ghiaccio.
Più avanzavamo, più il ghiacciaio diventava presente.
All’inizio era soltanto una massa bianca all’orizzonte. Poi iniziavano a distinguersi le sue forme, le crepe, le pareti di ghiaccio, le lingue che scendevano dalle montagne.
Era difficile comprendere le dimensioni reali di quello che avevamo davanti.
In un ambiente così vasto, anche le distanze sembravano ingannare.
Camminavamo verso il ghiacciaio con l’attrezzatura per le registrazioni e, passo dopo passo, la sensazione di essere semplicemente spettatori lasciava spazio a qualcosa di diverso.
Stavamo entrando dentro il paesaggio.
Il mio obiettivo era sempre lo stesso: ascoltare.
Non volevo soltanto fotografare il ghiaccio o raccontare ciò che vedevo. Volevo capire se quel mondo avesse una voce.
Così iniziammo a fermarci.
Ad ascoltare.
Il vento attraversava le montagne. La neve cambiava il suono dei nostri passi. In lontananza arrivavano rumori difficili da identificare.
E poi c’era il ghiaccio.
Un suono profondo, quasi impercettibile.
Un movimento continuo sotto una superficie che, a prima vista, sembrava completamente immobile.
Più ci avvicinavamo, più diventava evidente che quel ghiacciaio non era una montagna ferma nel tempo.
Era vivo.
Si muoveva lentamente.
Si deformava.
Si rompeva.
E, soprattutto, stava cambiando.
Eravamo venuti nell’Artico proprio per questo.
Per avvicinarci a quel cambiamento, toccarlo con mano e provare a registrarlo.

Attraversare il ghiaccio

Quando il paesaggio scompare
Poi il viaggio è diventato più difficile.
Il vento aumentava. Il freddo entrava attraverso ogni strato di abbigliamento e il paesaggio, lentamente, iniziava a cancellare ogni riferimento.
Davanti a noi c’erano due ghiacciai da attraversare.
Non era più soltanto una questione di raggiungerli.
Dovevamo entrarci dentro.
Camminare sul ghiaccio significava procedere con attenzione, cercando continuamente punti di riferimento che, in quel bianco quasi assoluto, diventavano difficili da distinguere.
La montagna, il cielo e la superficie del ghiacciaio sembravano fondersi in un unico spazio.
Era facile perdere la percezione delle distanze.
Era facile non capire più dove finisse una superficie e ne iniziasse un’altra.
E in mezzo a tutto questo c’era il silenzio.
Un silenzio diverso da quello a cui siamo abituati.
Non era assenza di suono.
Era uno spazio enorme nel quale ogni piccolo rumore acquistava una dimensione nuova. Un silenzio che ho cercato di proteggere non registrandolo ma lasciandolo nascosto ai confini del mondo.
Il vento.
I nostri passi.
Il ghiaccio sotto i piedi.
E poi quei suoni profondi che arrivavano da sotto la superficie.
Eravamo lì per registrarli.
Ma in quel momento abbiamo capito che, prima ancora di poter registrare il ghiaccio, dovevamo imparare ad attraversarlo.
Il paesaggio continuava a cambiare davanti ai nostri occhi.
E noi continuavamo ad avanzare.
Un passo dopo l’altro.
Sempre più dentro l’Artico.

Le lacrime del mondo

Eravamo arrivati fin lì per cercare qualcosa che normalmente non vediamo.
Il suono del cambiamento.
Davanti a noi c’era un ghiacciaio antico, una massa di ghiaccio che aveva attraversato migliaia di anni e che ora, sotto i nostri occhi, stava lentamente trasformandosi.
L’acqua scorreva attraverso il ghiaccio.
Entrava nelle crepe, scavava percorsi invisibili, riemergeva più in basso.
Erano piccole gocce, piccoli ruscelli, rumori quasi impercettibili.
Ma per me quelle non erano semplicemente gocce d’acqua.
Erano le lacrime del mondo. Non ho ancora capito se erano lacrime di tristezza o di allegria.
Ho iniziato a posizionare l'attrezzatura e a registrare.

Non cercavo un suono spettacolare.
Cercavo quello che normalmente sfugge all’orecchio umano.
Il ghiaccio che si muove.
L’acqua che penetra nelle sue fratture.
Le vibrazioni profonde prodotte dal suo lento movimento.
Perché il ghiacciaio non urla.
Non protesta.
Non chiede attenzione.
Semplicemente si trasforma.
E noi, ascoltandolo, possiamo forse comprendere qualcosa di ciò che sta accadendo.
Ogni registrazione diventava così una traccia di quel momento.
Un frammento dell’Artico.
Una vibrazione raccolta sul campo e destinata, più avanti, a essere trasformata in suono e musica.
E quelle gocce che scendevano lentamente verso il mare sembravano davvero le lacrime di un pianeta che stava cambiando.


600 Chilometri di ghiaccio
Dove nasce la vita
Dopo quella giornata ho passato la notte in lacrime.
Ero arrivato fin lì pensando di dover raccontare il ghiaccio, registrare i suoi suoni, cercare di trasformare in musica le vibrazioni di un luogo così lontano.
Ma davanti a quei 600 chilometri di ghiacciai è successo qualcosa che non avevo previsto.
Il viaggio era già iniziato sotto un segno che sembrava quasi una benedizione: un arcobaleno apparso sul mare, prima ancora di arrivare davanti a quella distesa immensa.

Poi il ghiaccio.
Il mare.
Il freddo.
Da lontano quel paesaggio sembra quasi rappresentare la morte.
E forse è proprio così che noi esseri umani siamo abituati a pensare al freddo: qualcosa da combattere, da allontanare, da cui proteggerci.
Rifuggiamo la morte.
Rifuggiamo la paura.
Rifuggiamo tutto ciò che ci ricorda la nostra fragilità.
Quando arriva l'inverno e ci dicono che farà più caldo, a volte siamo persino contenti perché pensiamo che spenderemo meno per il riscaldamento.
Abbiamo confuso il calore con la vita e il freddo con la morte.
Mi sono avvicinato al ghiacciaio.
L'aria era gelida. Tremavo.
Eppure davanti a me c'era una luce che non avevo mai visto.
Una luce azzurra, profonda, quasi impossibile da raccontare.
Nessuna fotografia avrebbe potuto restituirla davvero.
E nessun sound designer, per quanto bravo, avrebbe potuto catturare completamente quel suono.
Perché non era soltanto un'immagine.
Non era soltanto un suono.
Era una sensazione.
Era la percezione di trovarsi davanti a qualcosa di immensamente grande, antico e vivo.
Lì dove pensavo di trovare la morte, ho trovato la vita.
In quei 600 chilometri di ghiaccio non c'era il nulla.
C'era una quantità di vita che sembrava impossibile.
Le balene, tra gli animali più grandi del pianeta, attraversavano quelle acque.
Ho avuto la fortuna di vederle.
E di registrarle.
C'erano i pulcinella di mare.
C'erano piccoli uccelli che si tuffavano nell'acqua proprio davanti a quella luce azzurra.
La vita era ovunque.
In un luogo che dalla nostra prospettiva sembra estremo, ostile, congelato.
E allora ho capito che quel ghiacciaio non era una tomba.
Era una grande madre.
Un'immensa riserva di vita che respira lentamente e che, con il suo soffio gelido, arriva fino a noi.
Quei ghiacci governano correnti, temperature, stagioni.
Quel freddo che noi cerchiamo di allontanare contribuisce a rinfrescare le nostre estati e a regolare i nostri inverni.
Quello che avevo davanti non era la fine.
Era un'origine.
Stavo guardando dove nasce la vita.
E questa scoperta non riguardava più soltanto l'Artico.
Riguardava me.
Perché mentre guardavo quel ghiaccio, ho pensato a quante cose anche noi esseri umani congeliamo dentro di noi.
Emozioni.
Paure.
Dolori.
Ricordi.
Le mettiamo al freddo, le immobilizziamo, cerchiamo di non sentirle.
E forse pensiamo che, congelandole, smettano di esistere.
Ma non è così.
Davanti a quei ghiacciai ho riconosciuto qualcosa di me.
Ho riconosciuto alcune cose che avevo congelato dentro.
E per questo quella notte ho pianto.
Perché ero partito per ascoltare il ghiaccio.
E alla fine, in qualche modo, il ghiaccio aveva fatto ascoltare me.

Il silenzio
Tornare a casa
Ci sono cose che non si possono vedere.
E forse nemmeno raccontare.
Si possono soltanto ascoltare.
Dopo giorni trascorsi nell’Artico, tra ghiaccio, vento, acqua e animali, quello che mi è rimasto più dentro è stato il silenzio.
Un silenzio che non era vuoto.
Dentro quel silenzio c’era tutto.
Il movimento del ghiaccio, l’acqua, il vento, le balene, gli uccelli, le montagne.
E c’era anche qualcosa di me.
Sono tornato a casa con delle registrazioni, immagini e suoni che proverò a trasformare in musica.
Ma soprattutto sono tornato con una consapevolezza diversa.
Avevo cercato la vibrazione dell’Artico.
Pensavo di doverla trovare nel ghiaccio.
Nel Mar Glaciale Artico.
Nei suoni che avrei registrato.
E invece, in parte, l’ho trovata dentro di me.
Forse è questo che fanno certi viaggi.
Non ti portano semplicemente in un luogo lontano.
Ti riportano a casa in un modo diverso.
E da quel momento il lavoro continua.
Perché quelle vibrazioni raccolte ai confini del mondo devono ancora diventare qualcosa.
Un suono.
Una musica.
Un racconto.
Una comunicazione.
Il canto di Gaia

Folco Terzani e Marco Ghianda

Artico 2026

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